Responsabilità nei progetti terapeutici

Molte delle tecniche di aiuto attualmente si basano sul concetto di responsabilità del cliente/paziente.

Nella storia delle relazioni d’aiuto si è partiti sia in medicina che in psicoanalisi da una situazione in cui in realtà la responsabilità del paziente c’era ma era limitata, poiché l’analizzato o cliente/paziente permaneva in una posizione più passiva ed il professionista era distante e su una posizione up rispetto ad esso.

Pian piano le cose sono cambiate e si sono evolute verso una condizione di parità e di equa distribuzione delle responsabilità tra chi aiuta e chi viene aiutato. Questo cambiamento si è verificato e si continua a verificare e storicamente e a seconda degli approcci d’aiuto utilizzati.

Nelle più moderne tecniche di psicoterapia la diade terapeuta paziente funziona un po’ come un team di lavoro in cui si collabora per la buona riuscita del trattamento e per il raggiungimento dei risultati che vengono concordati insieme.

Nel coaching ancor di più viene subito chiarita la responsabilità del cliente, anzi senza di essa non sussiste proprio il substrato stesso che sostiene il coaching.

Ma non sempre il paziente/cliente è in grado di sostenere la responsabilità.

responsabilità nei progetti terapeuticiSpesso chi arriva a chiedere aiuto è un bambino, un ragazzo e per la sua stessa età ancora poco in grado di sostenere responsabilità. Si parla in questi casi infatti di contratti a tre mani*. Il contratto si svolge tra il coach/terapeuta, il bambino/ragazzo ed il tutore legale che in genere è il genitore. Il terapeuta/coach in queste situazioni si trova per forza di cose in una situazione up rispetto al paziente data, se non fosse altro, dalla esperienza e dalla professione. Si ritrova spesso ad assumere un ruolo genitoriale. Scopo del trattamento deve essere comunque quello di una progressiva responsabilizzazione fin dove l’età del paziente la rende possibile.

Spesse volte invece non è l’età ma lo stato cognitivo/clinico/emotivo del paziente-cliente stesso a non rendere possibile una piena responsabilizzazione rispetto al trattamento. Una scarsa consapevolezza del problema legata o ad un deficit cognitivo/culturale, o ad una fase acuta di patologia o ad uno stato emotivo alterato rendono infatti difficile questa chiarezza rispetto alla divisione di responsabilità.

In questi casi, a nostro avviso, l’obiettivo della autonomia personale e pertanto della responsabilizzazione va comunque tenuto presente a lungo termine. Si può poi nella pratica prendere strade decisionali diverse.

Si può decidere di non prendere in carico il cliente dirottandolo a servizi più “accuditivi” e contenitivi al tempo stesso quale possono essere per esempio un servizio pubblico psichiatrico, o per le Tossicodipendenze, una comunità di recupero, ecc. Si può decidere di rimandare al paziente questa difficoltà rimanendo a disposizione laddove ci fosse in futuro un cambiamento rispetto alla propria consapevolezza. Si può altrimenti dare comunque una risposta alla domanda che la persona ci fa più o meno consapevolmente. Questa è nella realtà dei fatti la strategia che preferiamo.

Il paziente/cliente arriva sempre con una richiesta. A volte è banale, non consapevole, di superficie, ma c’è sempre una richiesta d’aiuto. Si può accogliere comunque la richiesta consapevole accompagnando poi il paziente verso una responsabilizzazione progressiva. Il processo di consapevolezza e responsabilizzazione viene visto in progress nel tempo. Si parte da obiettivi minimi sperando che poi il paziente chieda altro per arrivare ad obiettivi più profondi. Mal che vada si sarà comunque data una risposta ad una richiesta e si saranno raggiunti degli obiettivi minori. Nella nostra ottica questa prospettiva è comunque meglio di non rispondere e lasciare il paziente in balia di se stesso e non poter cosi raggiungere nemmeno degli obiettivi di miglioramento.

La terapia breve ed il coaching si basano proprio su questo presupposto. Si condivide un obiettivo, quello che quella persona in quel preciso momento può porsi, senza scoperchiare difese psichiche che in quel momento quel soggetto non è pronto ad affrontare, e lo si accompagna nel raggiungimento di quegli obiettivi. Nulla osta a che a fine percorso il paziente, forte della strada fatta, non si ponga ulteriori obiettivi.

Silvia Garozzo

 

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Per approfondire:
* L’approccio clinico all’analisi transazionale. Epistemologia, metodologia e psicopatologia clinica –  Michele Novellino